Racconti scritti, testimonianze dirette, memorie personali.
Ogni voce è diversa, ma tutte parlano dello stesso confine.

Storia di un romano a Monterotondo
Mi chiamo Alessandro, sono nato da genitori ferraresi nel 1970 a Roma, nel quartiere Prati, a via degli Scipioni, nella clinica di Santa Rita, che ho visto esistere ancora. Sono stato battezzato nella chiesa di San Giuseppe al Trionfale (cosa che ho scoperto nel 2019), ed ho vissuto in un appartamento a via Simone De Saint Bon fino all’età di 5 anni. Del mio quartiere natale ricordo le passeggiate con la mamma al Foro italico, viale delle Milizie coi suoi platani, piazza dei Quiriti, dove giocavo da bambino, così come piazza Strozzi, che per scherzo chiamavamo piazza Stronzi. Mi ricordo il Vaticano, il Tevere, Castel Sant’Angelo. Era bello il mio quartiere, ma la gente era nevrotica, ti bussava appena facevi cadere una biglia di vetro sul pavimento, poi c’erano un sacco di cacche di cane per strada e di uccelli sulle macchine parcheggiate a viale delle Milizie. In seguito mi sono trasferito a Palmarola, borgata del nordovest di Roma, dove sono rimasto 10 anni, fino al giugno del 1985. Mi ricordo che era il periodo in cui Boris Becker vinse il suo primo Wimbledon a 17 anni. A Palmarola non c’era niente, era una borgata cresciuta abusivamente, all’inizio manco la luce per le scale c’era. Poi crebbe, ma rimase sempre borgata. Io però ci stavo bene, avevo un sacco di amici con cui giocavo a pallone per strada o nel cortile, bastava prendere un autobus per andare a Ottavia, dove c’erano le elementari e le medie che ho frequentato. Da Palmarola con l’autobus potevi arrivare a Monte Mario, dove cominciava la civiltà, perché c’erano gli autobus che ti portavano al centro di Roma. Il periodo in cui stavo a Palmarola è stato il più bello della mia vita, perché è vero che era periferia, ma sempre Roma era, e per esempio mio papà ci portava spesso ai negozi del quartiere Prati, oppure la Domenica mattina a Porta Portese, dove mi venne la passione per la numismatica, perché c’erano le bancarelle che vendevano le monete. Il primo anno del liceo classico l’ho fatto al De Sanctis a Tomba di Nerone sulla Cassia: mi ricordo che era vicino, ma per arrivarci dovevo prendere 3 autobus, il 998 fino a Ottavia sulla via Trionfale, un altro che non mi ricordo da Ottavia alla Cassia, infine sulla Cassia il mitico 201, per prendere il quale bisognava fare un vero e proprio arrembaggio, che mi divertiva da morire, perché mi sentivo tipo un pirata che assalta una nave di altri pirati. Insomma a Palmarola ero felice, perché anche se non c’era niente avevo molti amici e comunque stavo a Roma, e con gli autobus potevo andare con loro dove mi pareva.
Successivamente avvenne il fatidico trasferimento a Monterotondo nel giugno del 1985: mio padre dopo anni di affitto era finalmente riuscito a comprare una casa costruita da una cooperativa nel paese, realizzando così il sogno di una vita, una casa di sua proprietà. Io, mi ricordo, ero contento, pensavo che mi sarei trovato meglio.
Invece all’inizio non fu proprio così. Sentii da morire la differenza tra la gente del paese e me che ero romano. Non che non fossero simpatici, ma erano diversi, un po’ più chiusi tra di loro, parlavano un dialetto differente, con un altro accento, che ho sempre sentito a me estraneo. Inizialmente poi ebbi grossi problemi a scuola, perché in classe mia c’erano quasi tutte femmine: eravamo solo in tre maschi, e tra l’altro piuttosto diversi, per cui non legai molto con loro. Al liceo di Roma invece avevo fatto subito amicizia perché il numero dei maschi e delle femmine era bilanciato, invece al liceo classico di Monterotondo erano quasi tutte femmine, oppure c’erano dei maschi grossi, più grandi di me, degli uomini formati, che mi facevano anche un po’ paura. Tuttavia grazie al vicepreside riuscii ad entrare nella squadra di calcio del liceo, ed esordii segnando un gol su assist del vicepreside stesso. Durante il mio primo anno a Monterotondo il pomeriggio uscivo da solo, perché non avevo amici maschi. Parlavo con la gente che incontravo per strada e una volta feci amicizia con un ragazzo del ’99, un anziano signore seduto su una panchina, che mi raccontò di aver combattuto nella prima guerra mondiale. I contatti con i vecchi amici di Palmarola si erano diradati, perché Palmarola e Monterotondo non erano collegati coi mezzi. Poi l’anno dopo ci fusero con un’altra classe che aveva qualche maschio in più, con cui feci amicizia: creammo un gruppo di 3 nerd, che il sabato pomeriggio invece di andare al cinema con le ragazze andavano a Roma alla libreria Self Service del Libro vicino a piazza Esedra. Nel frattempo con i miei genitori continuavo ad andare a Porta Portese la Domenica mattina, e il sabato per negozi al quartiere Prati, come quelli a via Cola di Rienzo o a via Ottaviano.
Nel frattempo le mie amicizie si estesero giocando a pallone: conobbi amici di un mio amico più piccolo del Classico, che frequentavano il liceo Scientifico ed il Tecnico, e facevano parte di un gruppo parrocchiale: questi sono rimasti i miei attuali amici. Con loro mi trovavo bene perché erano diversi da me, meno studiosi, più semplici e pratici e più propensi a divertirsi giocando a pallone o seguendo le partite di calcio, andando in dei pub o birrerie che stavano a Mentana, Tor Lupara e Roma. Nel frattempo, a circa 18-19 anni, ottenuta la patente di guida, ripresi a frequentare un amico di Palmarola, che aveva una comitiva con cui uscii per qualche anno, poi mi stufai.
Quando iniziai l’Università nel settembre 1989, la mia vita migliorò molto. Facevo il pendolare da Roma con il treno almeno 3 giorni a settimana, e siccome all’epoca i treni Monterotondo-Roma passavano ogni ora, feci amicizia con dei coetanei che aspettavano il treno, sia ragazzi che ragazze. Poi feci varie amicizie all’università.
Ero più contento perché ripresi a frequentare più spesso Roma, a visitare mostre (studiavo lettere classiche) e vari posti della città. Anche cogli amici di Monterotondo il sabato sera andavamo sempre a Roma, in birrerie o discoteche.
Insomma, per farla breve, ormai io vivo a Monterotondo da 40 anni, mi ci trovo molto bene, insegno da circa 20 anni nel locale liceo scientifico, conosco un sacco di gente in vari settori e ho un bel gruppo di amici locali, che per me sono una seconda famiglia, ma ci ho messo molti anni per farlo, e soprattutto i primi 5-6 anni sono stati molto duri, perché mi sentivo comr un estraneo.
Adesso non mi sento un estraneo, mi sento un monterotondese acquisito, ma prima di tutto mi sento romano. Perché?
Non è facile spiegarlo, ma ci proverò.
Roma per me è come una madre dura, una specie di prostituta, tipo Mamma Roma del film di Pasolini, per capirci. Può essere sporca, brutta, lurida, infame, cinica, ma allo stesso altre volte bellissima, dolce, sorprendentemente amorevole. Infatti a Roma fijo de na mignotta è anche un complimento, e io mi sento un po’ così.
A Roma c’è tutto, anche se è un casino. Se a Roma sei solo, in realtà non ti senti mai solo, perché attacchi subito bottone con qualcuno che senti non come tuo amico, ma come tuo fratello o tua sorella. È diverso. Insieme senti quel senso di scazzo che è tipico di noi romani, quel cinismo buono, quella durezza, anche quella volgarità che però è sempre bonaria, mai offensiva. Con un autobus puoi arrivare ai confini della terra, anche se quell’autobus non sai mai quando passa, se passa e come passa, nel senso se ci entri dentro tanto che è pieno.
Roma è dura, ma tutti alla fine ci diamo una mano, a modo nostro però, magari mandandoci direttamente affanculo, ma poi ci abbracciamo.
A Roma trovare parcheggio è un’impresa, ma se sei romano vero sai che comunque ce la farai, magari anche parcheggiando su un lampione.
A Roma siamo più aperti, siamo una grande città, con tanti turisti, tanti popoli che ci vengono a trovare anche per restarci.
A Roma secondo me non si vive bene, e io non ci voglio tornare per stare tranquillo, perché so che non ci starei. Ma se non vivessi in un paese come Monterotondo che sta a 20 minuti-mezzora da lei, penso che sarebbe dura, perché io senza Roma proprio non ci so stare. Non ci voglio dormire ma voglio continuare a viverla.
Voglio prendere l’8, o magari farmela a piedi, voglio andare a Porta Portese la domenica mattina e mangiarmi un bel maritozzo, andare al quartiere ebraico e mangiarmi una pizza ebraica da Boccione.
Voglio affacciarmi su un ponte e guardare il Tevere, guardare i gabbiani, per terra e in volo, voglio sentire l’aria mite del mare che a Roma si sente e a Monterotondo no.
A Monterotondo hanno feste bellissime, tipo Sant’Antonio, che però io purtroppo sento poco o per nulla mie, perché le vivo come estranee in quanto mi sono sempre sentito romano. Noi Romani non abbiamo delle vere e proprie feste, siamo ormai un tale mix di culture che non le abbiamo. Una volta c’era la festa de noantri, ma io non l’ho mai festeggiata. Però ci sono tante feste di quartiere, che io non abitandoci manco conosco, ma quando qualche volta ci sono capitato, mi sono sentito a casa, come se in quel quartiere ci abitassi da sempre.
Col tempo il mio accento romano si è un po’ imbastardito con quello sabino, e la cosa mi dà un po’ fastidio. Ad esempio qui a Monterotondo “ha detto”, “ha fatto” lo pronunciano “adetto”, “afatto”, a Roma invece diciamo “addetto”, “affatto”. E per me c’è grossa differenza.
Insomma a Monterotondo mi trovo benissimo e non lo cambierei con Roma, è un comune che funziona molto bene, decisamente meglio di quello di Roma, la gente è meno stressata, però Roma è Roma, la sento come mia madre e ho bisogno di starle sempre vicino, e mi ci sento sempre a casa. È la mia Heimat, che è una parola tedesca intraducibile, che vuol dire non solo patria, ma anche casa tua, dove sei nato e cresciuto, è una cosa che senti dentro. Ecco, Roma è la mia Heimat e lo sarà finché campo.

Biancamaria – Roma / Guidonia
Il Confine di Roma
Sono cresciuta nell’ex V municipio di Roma.
Sono andata via da Roma nel 2010, avevo trent’anni.
Mi sono trasferita a Colle Fiorito, una frazione di Guidonia. Continuavo a lavorare a Roma.
La differenza è stata enorme.
Scappavo da un caos totale e arrivavo in uno stato di pace.
La gente era diversa, la vita era diversa. Più lenta, più apprezzata, più capita. Poi mi sono spostata in un appartamento a Villanova (un’altra frazione di Guidonia). Posto che ancora oggi adoro.
Lì sono successe bellissime cose che mi piacerebbe raccontare con più tempo.
Lì ho ritrovato veramente il piacere di esserci, la mia dimensione, l’essenza delle persone.
Si può pensare di rimanere romani vivendo fuori? Sì, Roma resta nel cuore e non la scordi mai, ma l’apprezzi di più quando ci torni ogni tanto perché come ti dà tanto ti toglie anche tanto.
Dopo 10 anni sono tornata a vivere a Roma per stare vicino ai miei genitori e ho comprato casa nello stesso posto dove sono cresciuta
Biancamaria – Roma / Guidonia
Il Confine di Roma

Testimonianza da Ostia
“Quando il mare non basta più”
Sono nata e ho sempre vissuto a Ostia.
Il mare, la pineta, l’aria aperta: per molti è un privilegio, per me è stata casa.
Oggi però Ostia non significa più quello che significava una volta.
Dopo la morte dei miei genitori, molti legami si sono lentamente sciolti.
Non solo quelli familiari, ma anche quelli con il territorio. Ostia è rimasta il luogo dei ricordi, più che quello del presente. Un luogo che sento sempre meno rappresentarmi.
Siamo il mare di Roma, la sua pineta, il suo respiro.
Eppure sembra che ci si ricordi di noi solo quando accadono brutti eventi. Nelle giornate di sole, invece, tutta Roma arriva qui senza difficoltà, invade le spiagge, le strade, gli spazi. Ostia diventa periferia quando conviene, destinazione quando serve.
Negli ultimi anni mi sono avvicinata ai Castelli Romani.
All’inizio con piccole escursioni nel fine settimana, poi con uno sguardo sempre più attento. Panorami, storia, silenzio. Una bellezza diversa, forse persino più intensa di quella romana. Un ritmo più umano, più vicino a ciò che oggi cerco.
Il desiderio di spostarci c’è, forte.
L’unico vero ostacolo è il costo degli immobili. Non tanto il lavoro: continuando a lavorare a Ostia, non saremmo neanche così distanti. È il mercato a frenare questo passaggio, non la volontà.
Eppure non perdiamo le speranze.
L’idea di allontanarci da un ambiente che ormai non ci rappresenta più resta viva. Ostia rimane nei ricordi, nelle radici, ma non più nel progetto di futuro.
Forse il confine non è un luogo preciso.
È quel momento in cui capisci che la casa che ti ha cresciuto non è più quella in cui vuoi restare.
