“L’intervista completa alla Prof.ssa Cecilia Reynaud, docente di geografia, sulle trasformazioni demografiche di Roma.”

Questa intervista è parte del progetto Il Confine di Roma, e affronta il tema delle trasformazioni demografiche della Capitale e del suo hinterland metropolitano.
Con la Prof.ssa Reynaud abbiamo parlato di contro-urbanizzazione, spostamenti residenziali, svuotamento del centro storico, ruolo delle periferie e possibili scenari futuri.
La trascrizione che segue è stata realizzata fedelmente sulla base della conversazione avvenuta durante l’incontro del 2025.
Federico Ascani: Allora, professoressa, io partirei da alcuni dati, che ovviamente lei conosce, che ci raccontano un po’ cosa è successo in questo territorio che è l’area metropolitana romana.
Tra il 2002 e il 2018 più di 300.000 romani hanno spostato la propria residenza da Roma a uno dei 120 comuni della città metropolitana, escludendo quindi il Comune di Roma.
Ecco, intanto volevo chiederle se lei condivide questo dato, se secondo lei è un dato attendibile e come lo interpreta.
Prof.ssa Reynaud:
Sì, assolutamente.
È un dato che dice molto, ma che, come tutti i dati, racconta solo una parte della storia.
Perché sappiamo che non tutti i cambiamenti di abitazione passano per l’anagrafe, quindi ci sono anche fenomeni di residenzialità non registrata, di persone che vivono in un comune ma hanno la residenza in un altro.
Quindi in proporzione è probabile che il numero reale sia anche superiore.
Sono dati che dipendono da molti fattori.
Dal punto di vista interpretativo, io credo che per leggere questo fenomeno dobbiamo tornare un po’ indietro, alla grande stagione dell’urbanizzazione italiana — quella che, a partire dal secondo dopoguerra, ha trasformato il nostro paese da paese agricolo in paese urbano.
Le persone si spostavano dalle campagne alle grandi città, Roma era uno dei poli principali di attrazione, e questo ha portato a una crescita molto forte anche del territorio comunale romano, che è uno dei più estesi d’Europa.
Roma ingloba, già nel suo comune, una parte del territorio rurale circostante.
Ma dagli anni Ottanta-Novanta in poi si è assistito a un fenomeno inverso, che viene definito contro-urbanizzazione.
Le persone iniziano a uscire dalle grandi città per cercare soluzioni abitative più accessibili, più spaziose, con un ambiente migliore, con minore inquinamento, una qualità della vita che percepiscono come migliore anche nell’impiego del tempo libero.
Questo è accaduto anche a Roma, e seppur Roma è immensa, e in una prima fase si era estesa soprattutto nelle periferie, poi ha riguardato in modo molto forte i comuni della prima (soprattutto) e seconda cintura, quelli che oggi chiamiamo Città Metropolitana.
Qualcuno parla di suburbanizzazione (o de urbanizzazione), cioè si sceglie di andare a vivere fuori dalla Città per motivi economici ma si continua ad essere legata a Roma per motivi lavorativi.
E quindi ci siamo trovati di fronte a un’espansione residenziale che spesso ha portato alla nascita di città dormitorio, dove si vive, ma dove mancano servizi, collegamenti, infrastrutture.
Io credo che sia giusto considerare il fenomeno più di contro urbanizzazione, perché se fosse solo per motivi economici la scelta di trasferirsi, le persone potevano decidere di andare a vivere in periferia rimanendo nel Comune di Roma e con costi di case che in alcuni casi sono addirittura inferiori a quelli dei comuni dalla prima cintura intorno a Roma.
Roma comunque per certi aspetti continua a crescere. In questo c’è da considerare la forte immigrazione internazionale, che è attratta dai grandi poli di attrazione (Roma, Milano, etc) nelle grandi città perché il richiamo viene anche guidato dalle reti migratorie, anche perché nelle grandi città ci sono i servizi internazionali (chiedere permessi di soggiorno ad esempio è più semplice nelle grandi città), che in un secondo momento può coinvolgere tutto e tutti, centro, periferie e comuni della sua provincia.
Gli immigrati sono più abituati a spostarsi.
Comunque il fenomeno di contro-urbanizzazione riguarda anche altre metropoli nel mondo.
La differenza di Roma con altre città metropolitane come Londra o Parigi per esempio (molto più popolose) è che la parte comunale di queste ultime (la City di Londra o l’assemblament di Parigi) è più piccola rispetto a Roma, che invece continua ad avere il grande Comune.
Comunque in parte è stato un phenomena spontaneo, in parte incentivato da alcune politiche locali, ma raramente governato in modo efficace.
Federico Ascani:
Sembra che tra i romani che scelgono di trasferirsi in provincia vi siano molte coppie giovani, desiderose di avviare un progetto di vita familiare. Se ci confermasse questo aspetto, potrebbe essere dovuto a una gestione economica più sostenibile in provincia, a una migliore qualità ambientale o alla possibilità di utilizzare seconde case di proprietà familiare. Ritiene che questo fenomeno possa accentuare il divario di invecchiamento tra la popolazione residente a Roma e quella della provincia?
Prof.ssa Reynaud:
Importante è il dato circa la scelta di molte coppie romane che vogliono metter su famiglia di andare a vivere in provincia.
Partiamo da un dato generale sul saldo migratorio. In tutta Italia il confronto tra nascite e morti e il contributo delle migrazioni è un saldo negativo.
È chiaro però che il numero di nascite che avviene nella maggior parte dei comuni della provincia di Roma (soprattutto i più prossimi) e in alcune periferie è maggiore in proporzione rispetto alla media del Comune di Roma.
Chiaramente c’è quindi un gap anche di invecchiamento tra chi vive a Roma e chi vive nei comuni della provincia (eccezion fatta per i borghi della provincia più lontani da Roma).
Il Covid ha accentuato il desiderio di spazi aperti, di campagna e di mare, verso comunque la corona della Città. Probabilmente la tendenza già c’era e il Covid lo ha amplificato.
Altro dato è lo svuotamento del centro storico.
Per i comuni che sono interessati dall’immigrazione romana e comunque di veder crescere la popolazione è un dato positivo nel contesto demografico.
Federico Ascani:
Naturalmente Roma resta il baricentro di molti servizi, come dello svago, per i cittadini della provincia. Le interconnessioni bidirezionali, da e per Roma, restano moltissime e per i più svariati motivi. Sembra che ci sia una popolazione che vive già in un unico grande spazio che è la Metropoli romana.
Prof.ssa Reynaud:
Il rischio è di rimanere troppo dipendenti da Roma non offrendo servizi adeguati a far rimanere in loco gli abitanti.
Poi c’è la questione dei trasferimenti della popolazione straniera che i comuni dell’hinterland riescono a gestire con più difficoltà rispetto a Roma.
Anche nella considerazione dei campanilismi che però in un contesto generale è il minore dei problemi, perché comunque si possono generare le giuste politiche integrative.
La popolazione straniera può essere anche una occasione per alcuni borghi ad alto invecchiamento di non perdere tutto.
Federico Ascani: Volevo chiederle, professoressa, qual è secondo lei il ruolo dell’immigrazione straniera nella città metropolitana. Se è corretto dire che in parte ha compensato la perdita di popolazione di Roma, ma anche se è vero che si è diffusa — almeno in parte — anche nei comuni della cintura.
Prof.ssa Reynaud: Sì, allora, anche qui c’è una lettura duplice. Da un lato è vero che l’immigrazione internazionale ha, in qualche modo, riequilibrato, almeno parzialmente, il saldo negativo naturale — cioè la differenza tra nascite e morti — nella città di Roma.
C’è stato un periodo in cui la popolazione romana, senza l’apporto migratorio, sarebbe calata molto di più. Questo si è visto soprattutto nei quartieri popolari e nelle zone più accessibili dal punto di vista abitativo.
Però è anche vero che, progressivamente, la popolazione straniera ha iniziato a insediarsi non solo nella città di Roma, ma anche nei comuni della cintura metropolitana.
E qui si aprono due questioni importanti. La prima riguarda il fatto che i comuni della cintura spesso non erano preparati ad accogliere flussi consistenti di popolazione straniera, né dal punto di vista dei servizi, né dal punto di vista della capacità amministrativa, né tantomeno dal punto di vista culturale.
Quindi in alcuni casi ci sono state situazioni di tensione o difficoltà di integrazione.
Però — e questo è il secondo punto — in molti comuni la presenza straniera è diventata fondamentale. Lo è per la tenuta demografica, perché in alcuni territori invecchiati o a rischio spopolamento la presenza degli stranieri ha mantenuto in vita scuole, servizi, piccoli esercizi commerciali.
E anche su questo andrebbe fatta una riflessione più ampia. Cioè il fatto che la popolazione straniera, spesso vista come “problema”, è in realtà — in molti casi — una risorsa, sia sociale che economica.
Naturalmente a condizione che ci siano politiche di accoglienza, di inclusione, di mediazione. Altrimenti si rischia la ghettizzazione o la marginalizzazione.
E purtroppo in diversi comuni dell’area metropolitana queste politiche sono mancate, o sono state molto deboli.
Federico Ascani: Roma resta il baricentro di molti servizi, le interconnessioni da e per Roma restano moltissime. Sembra che ci sia una popolazione che vive in un unico grande spazio, che è la Metropoli di Roma.
Crede che questo spazio debba avere una nuova Governance con poteri reali, con risorse, e con una rappresentanza diretta? E’ credibile la proposta di una Metropoli di Roma Federale che coinvolga l’area metropolitana in aggregazioni di comuni (nella mia proposta “Around-Rome le considerai zone omogenee) e dando più autonomia ai Municipi di Roma?
Prof.ssa Reynaud: Eh, sì, questa è una delle questioni centrali. Noi siamo di fronte a una realtà che funziona come una città unica, una città diffusa, in cui le persone si muovono quotidianamente tra comune e comune, spesso senza neanche rendersene conto.
C’è una continuità funzionale che è fortissima: chi vive a Ladispoli lavora a Roma, chi vive a Pomezia studia a Roma, chi vive nei Castelli fa la spesa a Roma. Quindi sì, di fatto, la metropoli esiste già nella vita quotidiana delle persone.
Il problema è che dal punto di vista istituzionale, amministrativo, questa metropoli non esiste. O meglio: esiste la “Città Metropolitana” come ente, ma è un ente molto debole, con pochissimi poteri reali, con risorse limitate, e — cosa ancora più delicata — senza una rappresentanza diretta.
I cittadini della Città Metropolitana non eleggono un’assemblea, non eleggono un presidente: tutto è in capo al sindaco di Roma, che è anche il sindaco metropolitano.
E questo crea una asimmetria molto forte, perché da un lato c’è un territorio che funziona come un sistema urbano integrato, e dall’altro un governo che è frammentato tra tanti comuni, ognuno con la sua autonomia, le sue logiche, le sue priorità.
Manca una visione comune, manca una regia.
Io credo che se vogliamo davvero affrontare i problemi della metropoli romana — dalla mobilità alla pianificazione territoriale, dai servizi ai rifiuti — dobbiamo dotarci di una governance metropolitana vera, efficace, rappresentativa.
Ci vorrebbe una governance a livello superiore — metropolitana, appunto — su tematiche come sanità, urbanistica, trasporti, scuole.
E contemporaneamente ci vorrebbe un’organizzazione locale più articolata, che possa agire con efficacia sui territori.
Mi riferisco, per esempio, ai municipi, che oggi sono enti amministrativi molto deboli, con pochi poteri, e che invece dovrebbero diventare dei veri comuni.
E anche ai comuni della provincia, che in alcuni casi potrebbero aggregarsi tra loro, per raggiungere una massa critica, una capacità di gestione più forte.
So che su questo ci sono proposte, come quella che ha elaborato anche lei nel progetto Around Rome, che vanno proprio in questa direzione. E io credo che vadano prese molto sul serio.
Federico Ascani: Lei pensa che l’aumento della popolazione mondiale possa produrre in futuro nuovi flussi migratori verso l’Europa e verso Roma? E pensa che il turismo continuerà a crescere in relazione alla crescita globale?
Prof.ssa Reynaud: Allora, il turismo non è direttamente collegato alla crescita della popolazione. Dipende da tanti altri fattori
Anche la crescita della popolazione riguarda molti fatori: dall’economia, dalle rotte, dalle condizioni politiche, ma anche — e forse sempre di più — dal cambiamento climatico.
Perché alcune aree del pianeta stanno diventando invivibili, non tanto per grandi eventi come tsunami o terremoti, ma per processi lenti e continui, come l’innalzamento del livello del mare, la desertificazione, la scarsità di risorse.
Penso, per esempio, al Bangladesh. Il mare sta inondando sempre più terre, rendendole incoltivabili.
Questo provoca abbandono delle campagne e migrazione verso le città. Ma una volta che la persona è migrata dalla campagna alla città, ha già rotto un primo legame, ha già cambiato vita.
Ed è proprio in questa fase che spesso nasce la disponibilità a fare un ulteriore salto, verso l’estero.
È un punto poco analizzato: il contadino che ha già perso tutto, che non ha più nulla da perdere, è molto più disposto ad affrontare un viaggio rischioso, incerto, verso mete lontane.
E la verità è che le persone che hanno già compiuto una migrazione sono spesso più propense a farne un’altra.
Questa è una delle chiavi che spiegano il futuro delle migrazioni globali.
E la pressione migratoria, in molti casi, è più forte dei muri, più forte delle barriere.
Forse la vera risposta non sta nel blocco, ma in una gestione organizzata, seria, strutturata di questi movimenti. Quindi da queste considerazioni si può capire che l’aumento della popolazione mondiale non significa automaticamente aumento dei flussi turistici.
Federico Ascani: A proposito di Roma, volevo chiederle se secondo lei lo svuotamento del centro storico è collegato all’esplosione del fenomeno ricettivo extra alberghiero.
E se questo influisce sulla distribuzione della popolazione residente, compresa la forte concentrazione di immigrati in quartieri come l’Esquilino.
Prof.ssa Reynaud: Sì, assolutamente.
Il centro storico di Roma ha vissuto un processo di progressiva gentrificazione turistica, legata in gran parte al boom delle strutture ricettive extra-alberghiere.
Molti appartamenti sono stati trasformati in case vacanza, B&B, affitti brevi, spesso gestiti da soggetti non residenti.
Questo ha portato a un aumento dei prezzi, a una perdita di servizi di prossimità e soprattutto a una diminuzione della popolazione residente stabile.
I residenti storici, le famiglie, gli anziani — molti se ne sono andati, e non sono stati sostituiti da nuove famiglie.
Questo ha cambiato completamente la funzione sociale del centro, rendendolo in alcuni casi un grande contenitore turistico.
E in parallelo, alcuni quartieri limitrofi, come l’Esquilino, hanno visto un forte aumento della popolazione immigrata, spesso concentrata in condizioni abitative precarie, con fenomeni di sovraffollamento, affitti irregolari, insicurezza abitativa.
Anche qui si pone il tema della governance: come si regolano questi processi?
Come si tutela il diritto alla città, alla casa, a una residenza stabile, senza bloccare il turismo ma nemmeno subendone passivamente gli effetti negativi?
Sono domande aperte, ma che andrebbero affrontate con strumenti urbanistici e sociali più forti.
Federico Ascani: Negli ultimi dieci anni la crescita della popolazione globale sembra aver avuto un rallentamento.
Si prevede che il numero di abitanti della Terra arriverà a 10 miliardi entro la fine del secolo, per poi iniziare a diminuire, a causa dei tassi di natalità, dell’invecchiamento della popolazione, dell’avanzamento tecnologico.
Si può ipotizzare un drastico calo della popolazione?
Ci sono strategie per ostacolare questa situazione, o saremo sostituiti dai robot?
Prof.ssa Reynaud: Allora, diciamo che siamo sicuramente dentro a una transizione demografica epocale.
Quello che era stato, per decenni, un tema di crescita — cioè l’idea di un’esplosione demografica inarrestabile — oggi comincia a fare i conti con dinamiche nuove:
- la diminuzione dei tassi di natalità in molti paesi,
- l’allungamento della vita media,
- e una maggiore consapevolezza dei limiti ambientali del pianeta.
Ora, è vero che alcune proiezioni ci dicono che la popolazione mondiale potrebbe rallentare, stabilizzarsi o addirittura decrescere a partire dalla seconda metà del secolo.
Ma queste proiezioni sono molto complesse, e dipendono da tantissime variabili: politiche, economiche, ambientali, culturali.
Non credo che il problema sarà tanto quello di “scomparire”, né che saremo sostituiti dai robot.
Credo piuttosto che ci troveremo a ridefinire il rapporto tra popolazione, lavoro e tecnologia.
E questo vale anche per l’urbanistica: perché una città che cresce poco, o che invecchia, ha bisogno di modelli diversi, di un’organizzazione dello spazio diversa, di servizi pensati per popolazioni più fragili, o più mobili, o più diseguali.
Il rischio — più che l’estinzione — è la disgregazione sociale: che alcuni gruppi abbiano accesso alle tecnologie, al benessere, ai servizi, e altri no.
E questo è un rischio molto attuale, che non riguarda il futuro remoto, ma i prossimi anni.
Federico Ascani: Un’ultima domanda, professoressa.
Al di là delle dinamiche urbanistiche, amministrative, demografiche che ci siamo detti, crede che ci sia anche un tema di rappresentazione?
Cioè: oggi il racconto che si fa di Roma corrisponde alla sua realtà metropolitana?
La metropoli che ci ha descritto — frammentata, in trasformazione — trova spazio nei media, nell’immaginario, nella narrazione pubblica?
Prof.ssa Reynaud: Questa è una domanda che mi sta molto a cuore, e le rispondo subito: no, non c’è ancora una narrazione della Roma metropolitana.
O meglio: ci sono frammenti di racconto, ci sono esperienze, voci, pratiche, ma non una rappresentazione condivisa, riconosciuta, strutturata.
Il problema è che l’immagine di Roma che continua a dominare è quella monumentale, storica, turistica — quella del centro, del Colosseo, del Vaticano.
È un’immagine fortissima, sedimentata nel tempo, che ha un peso enorme anche sul piano simbolico e culturale.
Ma è un’immagine parziale, che non restituisce la complessità reale della città contemporanea.
Roma è fatta anche — e sempre di più — di territori periferici, di paesi, di comuni dell’area metropolitana, di spazi ibridi che non sono più né centro né campagna.
E queste realtà non hanno ancora trovato un posto nel racconto ufficiale.
In parte è un problema mediatico: i giornali, la tv, le istituzioni stesse continuano a usare la “vecchia” mappa della città.
In parte è un problema culturale: perché costruire una nuova rappresentazione significa mettere in discussione gerarchie consolidate, significa dire che l’identità di Roma non è solo quella storica, ma anche quella metropolitana, quella molteplice, quella quotidiana.
Ed è un passaggio che non si fa da un giorno all’altro.
Ci vogliono ricerche, progetti, pratiche artistiche, strumenti di comunicazione, esperienze educative.
Ci vuole un lavoro collettivo per raccontare la città che già esiste, ma che ancora non ha trovato le parole per dirsi.
C’è un’altra cosa che vorrei aggiungere su questo.
Io credo che non basti un nuovo racconto dall’alto, cioè pensato dalle istituzioni o dai media centrali.
Serve anche — e forse soprattutto — un racconto dal basso, che parta dai territori, dalle esperienze quotidiane, dalle pratiche degli abitanti.
Ci sono in tante periferie e comuni dell’area metropolitana esperienze preziosissime di partecipazione, di rigenerazione, di creatività urbana, che spesso restano invisibili perché non trovano canali per essere riconosciute.
Ma sono proprio queste che ci dicono cosa sta diventando la città, quali sono i bisogni, le aspirazioni, le risorse che ci sono nei territori.
Il punto è come far emergere queste esperienze, come dare loro voce, come farle dialogare tra loro.
E qui entrano in gioco i progetti di ricerca, le reti civiche, le associazioni, le scuole, ma anche strumenti come le mappe, le mostre, i podcast, le piattaforme digitali.
Tutto ciò che può aiutare a costruire uno sguardo nuovo, più giusto, più completo, più attento alla pluralità dei luoghi.
Roma, in fondo, è sempre stata una città plurale.
Ma oggi questa pluralità ha bisogno di una cornice nuova, che non sia solo nostalgica o celebrativa, ma anche proiettata verso il futuro.
